Frames Blog Federico Serrani

Richard Brown Baker, come colleziona un vero collezionista

3 Settembre 2021

“Il Signor Baker era un uomo alto e riservato, incline all’autoironia e dotato della straordinaria capacità di sembrare distaccato e affabile allo stesso tempo. Noto come ‘il collezionista dei collezionisti’, decise a metà degli anni Cinquanta che ‘sarebbe stato utile e sfidante comprare il lavoro degli [artisti] viventi, giovani e ancora non affermati’. All’epoca faceva riferimento a Jackson Pollock, Franz Kline e Hans Hoffman. Nei primi Sessanta si trattò di Roy Lichtenstein, Robert Morris, Richard Tuttle, Andy Warhol e Frank Stella; nei Settanta di Robert Bechtel, Ralph Goings e John Baeder.”

 

Si apriva così il 27 gennaio 2002 l’articolo a pagina 41 del New York Times a firma di Roberta Smith che salutava la scomparsa all’età di 89 anni di uno dei più grandi collezionisti di tutti i tempi. Richard Brown Baker, nato nel 1912 a Providence, cominciò a collezionare le opere di artisti emergenti a partire dagli anni Quaranta, facendo propri capolavori che andavano dall’Espressionismo astratto alla Pop art prima che venissero riconosciuti come tali. Basquiat, Pollock, Rosenquist ma anche Alberto Burri e Jirō Yoshihara. Rothko, Bacon e Still, purtroppo, se li perse.

Oggi la maggior parte dei pezzi da lui raccolti è conservata all’Art Gallery dell’Univesità di Yale, dove si era laureato nel 1935, e al Museum of Art, Rhode Island School of Design di Providence, città dove nacque e dove lavorò come reporter per diversi anni, per poi trasferirsi a Madrid come Segretario privato dell’ambasciatore americano. Con la Seconda guerra mondiale, prima come analista e poi come esperto di affari esteri, cominciò a collaborare con la CIA a Washington, finché non lasciò la sua occupazione nei servizi segreti per votarsi completamente a pittura e collezionismo nelle strade di New York. Pare fosse stato il padre avvocato a insistere, proponendogli di mantenerlo per assecondare la sua passione: lui collezionava azalee, la moglie e la figlia francobolli.

 

Baker, buone maniere e aspetto quasi nobiliare, non si era mai sposato; in compenso, a partire dall’infanzia, compilava quotidianamente un diario, con grandissima cura, consapevole che una volta scomparso quei testi avrebbero costituito la sua eredità. In quelle pagine il collezionista annotava i suoi incontri e il suo rapporto con tanti degli artisti che aveva seguito dal principio della loro carriera, intravedendo in loro un potenziale espressosi poi con una fama internazionale. Secondo i suoi appunti, fece il suo primissimo acquisto mentre si trovava in visita a Providence nell’aprile del 1941. Si trattava di un acquerello di Adolf Dehn, intitolato Sopris Peak. “Mi piaceva e non era troppo costoso”, aveva annotato sul suo diario, conciso come sempre. Solo dalla metà degli anni Cinquanta cominciò a riportare nel dettaglio sui suoi diari valutazioni e decisioni sulle opere da acquistare.

 

Il metodo Baker consisteva in una lunga riflessione prima dell’acquisto e nella valutazione quasi maniacale degli eventuali dubbi, più relativi alle cifre che alla propria scelta, visto che il confidava molto nel proprio fiuto – e pur non contando poi così tanto per lui l’aspetto economico, visto che non vendette mai alcuna delle sue acquisizioni. Non mancava inoltre di spirito competitivo: quando era in grado di aggiudicarsi un’opera che sapeva che un rivale avrebbe voluto inserire nella propria collezione ne era molto orgoglioso, anche se la soddisfazione più grande era nel veder vinta la scommessa fatta sugli emergenti, in particolare con l’arte astratta. Mentre i suoi amici gli dicevano che quei dipinti li avrebbe potuti realizzare anche un bambino, lui aveva riconosciuto il valore e contribuito a segnarne il futuro.

“L’interesse che ho sviluppato per l’arte e per la pittura del Ventesimo secolo in particolare,” scriveva in uno dei suoi diari nel 1954, “è per me di primaria importanza; è uno sbocco per il mio approccio estetico. Tuttavia, attraverso il mio acquisto di dipinti a olio e acquerelli di artisti viventi, so di aver dato un contributo, per quanto piccolo, alla vita culturale di questo Paese”. Baker era convinto infatti che gli artisti dovessero potersi mantenere in vita grazie alle proprie opere, grazie a qualcuno che avrebbe dato loro fiducia, investendo nel loro lavoro. “Anche i collezionisti milionari che spendono una fortuna nel mercato internazionale per acquisire i lavori di artisti celebri sono molto importanti,” scriveva ancora, “ma se l’arte in America deve potersi sostenere, ci dovrebbero essere collezionisti individuali della mia scala, persone che rimettono il proprio denaro al proprio gusto personale.”

 

Nel 1956 acquistò il dipinto di Jackson Pollock Number 13A: Arabesque, insieme a lavori di altri artisti che sarebbero diventati tra i più importanti dell’epoca. Un mestiere non facile lanciare un artista, oltre che rischioso. “Il successo in termini economici,” scriveva, “arriva quanto i collezionisti cominciano a copiarsi l’un l’altro.” Nel suo caso però si trattava di investimenti difficilmente sicuri, che prevedevano quindi somme più moderate e la totale fiducia nel proprio gusto, nella speranza di stimolare così la domanda nei confronti di un artista e di farne salire il valore, senza lasciarsi trasportare dalla brama di possesso e sempre domandandosi se e quando le scelte siano dettate dalla vanità. Ecco come ragiona un collezionista consapevole, anche se, scriveva nel 1955, “Il collezionismo è come un virus. Ti attacca, e si diffonde”.

 

“Il dipinto di Bill Congdon,” scriveva ancora nel dicembre del 1954, “infesta i miei pensieri da quando l’ho visto quattro giorni fa. Il desiderio di possederlo mi ha divorato. Ho lottato contro la decisione di comprarlo come si lotta combatte un raffreddore, sapendo che si sarebbe comunque rafforzato e che non avrei potuto resistervi. Mi sono di proposito tenuto lontano dalla galleria giovedì e venerdì, pensando che magari nel frattempo il dipinto sarebbe stato venduto. Questo pomeriggio sono passato di nuovo… sono tornato alla Betty Parsons Gallery, dove l’assenza di una stellina rossa mi ha rivelato che il dipinto non è ancora stato venduto. E allora ho capito di essere condannato. È stato inevitabile fare un offerta”. 

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