Frames Blog Federico Serrani

Ritrovare la poesia

1 Aprile 2021

Lo scorso 21 marzo non è solo stato il primo giorno di una primavera che tutti abbiamo atteso con ansia, per rinascere dopo un lungo inverno, ma si è festeggiata anche la Giornata mondiale della Poesia, istituita dall’Unesco nel 1999.

 

Questo 2021, in particolare, con la poesia e la scrittura in versi possiamo dire abbia un rapporto speciale. Dal novantesimo anniversario della nascita di una grande poetessa ribelle come Alda Merini, al settecentenario della morte del Sommo Poeta Dante Alighieri, celebrato in tutta italia con eventi, mostre, conferenze e molto altro. 

 

Sono nata il ventuno a primavera

ma non sapevo che nascere folle,

aprire le zolle

potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve

vede piovere sulle erbe,

sui grossi frumenti gentili

e piange sempre la sera.

Forse è la sua preghiera.

 

(da “Vuoto d’amore”, Alda Merini)

Il prossimo 9 aprile sarà anche l’anniversario di nascita di Charles Baudelaire, nato nella sua Parigi nel 1821. È stato lui a diffondere in Francia la parola inglese, di origine greca, spleen, “umore nero” secondo l’antico lessico medico, in riferimento alla bile prodotta dalla milza che avrebbe portato a uno stato di inquietudine e malessere esistenziale, accompagnato da noia e accidia. In francese rappresenta una certa malinconia e tristezza meditativa già utilizzata nella letteratura romantica, che portata in auge durante il decadentismo proprio da Baudelaire. 

 

Il poeta e giornalista francese divenne famoso soprattutto grazie a Les Fleurs du mal, una raccolta che alla sua prima edizione contava 101 poesie – la prima, d’introduzione al lettore, e le altre 100 divise in 5 sezioni – pubblicata nel 1857, che suscitò subito scandalo per i suoi contenuti, tanto da subire censura. “Il mio libro fa infuriare gli imbecilli quindi è bello”, diceva Baudelaire, che era convinto di non essere processato, cosa che invece accadde, a causa di “Quella febbre malsana che porta a dipingere tutto, a descrivere tutto, a dire tutto”.

 

Questo, ovviamente, non fece che accrescere la popolarità del poeta, che preparò una nuova edizione, pubblicata nel 1961, contenente 126 poesie, dove mancavano quelle censurate e se ne aggiungevano 35. Il poeta morì giovane, come un vero bohémien, nel 1967, consumato da una vita dissoluta in cui già aveva tentato più volte il suicidio e dove aveva usato alcool e droghe per alleviare il dolore; l’anno dopo uscì postuma una nuova edizione, con altre 25 poesie, comprese quelle prima censurate.  

“Questo libro, il cui titolo: Les Fleurs du mal, dice tutto, è rivestito di una bellezza sinistra e fredda… È stato fatto con furore e pazienza”, spiegava Baudelaire, che come lo scrittore Edgar Allan Poe era convinto che l’ispirazione fosse frutto non di un istinto irrazionale, ma di una meditazione lucida. Così, furore e pazienza, insieme alle atmosfere surreali, mistiche e sinistre e al lirismo aulico, sono gli ingredienti che permettono all’opera di segnare l’epoca, rivoluzionando la letteratura francese dell’Ottocento e facendo di Baudelaire il poeta maledetto, che amava gli eccessi, i piaceri della carne e si crogiolava nella malinconia. Il fascino per l’esotico non si era mai scollato da lui dopo un viaggio in nave fatto in gioventù, quando lo spedirono in India per evitare che dissipasse le fortune e salute. In India non ci arrivò, ma la tappa alle Mauritius rimase tra i ricordi più caro.

 

Nella sezione Spleen e Ideale, Baudelaire racconta l’esistenza del poeta, diviso tra un’aspirazione alla purezza e alla perfezione dell’ideale, e, dalla parte opposta, il peso dello spleen, quel male e quella sofferenza da cui solo arte e poesia sono in grado di estrarre la bellezza, e descrive in essa l’amore, secondo le sue diverse sfumature: sensuale, tenero, spiritualizzato, concludendo nella sconfitta finale. Ne L’ennemi, il nemico, Baudelaire sembra però aprirsi a una speranza verso il futuro:

 

E chissà se i fiori nuovi che vado sognando troveranno,

in un terreno lavato come un greto, il mistico alimento cui attingere forza.

 

Anche il fotografo e poeta Giovanni Gastel, scomparso lo scorso 13 marzo, è stato in grado di creare nel suo lavoro quella bellezza eterna, racchiusa nell’arte e nella poesia, che si dimostra per Baudelaire l’unica arma in grado di contrastare la realtà, sempre ripugnante, e il tempo che scorre impietoso e, nemico dell’uomo, lo sconvolge con violenza e crudeltà, sopprimendone la forza vitale. Meno male che esiste la fotografia, capace di conservare quell’apparente perfezione che non è fatta per durare. 

 

Come scriveva Germano Celant nella prefazione del libro di Gastel Maschere e spettri, “La fotografia è uno specchio che ha elevato l’effimero visibile in permanente, per congelarlo se non imbalsamarlo in un’immagine, diventandone una reliquia sulla cui superficie liscia la vita si fa effetto plastico e visivo […] Una cristallizzazione che mette al sicuro l’immagine dell’esistenze, trasformandolo il durevole e stabile effigie”.

 

Gastel non era solo un eccellente fotografo, ma anche un poeta che sapeva condensare in versi la sua leggerezza e ironia, l’eleganza del gentiluomo e la riflessione priva di paura su vita e morte, a volte più amare, e altre più delicate.

 

Un viaggio di ferite,

questa vita.

Mentre io al contrario

consolido con fragili pezzi 

l’anima mutevole

aspettando il presunto distacco.

Non ha occhi

questa immeritata esperienza

né leggi né regole più forti

di una rischiosa speranza.

(Giovanni Gastel, Castellaro, 2002, da 50 poesie, Skira)

 

Left Menu Icon

Right Menu Icon