Frames Blog Federico Serrani

T14: il piacere di tornare in galleria.

17 Febbraio 2021

Si chiama “Abglanz”, termine tedesco che indica un pallido “riflesso” o un’eco distante, ed è la prima mostra personale di Alina Maria Frieske, artista basata a Berlino. È con questa esposizione che Matilde Scaramellini ed Elena Vaninetti inaugurano il 2021 di Twenty14, il progetto curatoriale nato nel 2014 che dal 2019 collabora con Pananti Atelier.

 

Elena e Matilde curano per lo spazio milanese della casa d’aste fiorentina la programmazione di tre mostre l’anno, proponendo nomi di giovani artisti, italiani e internazionali. Nata nel 1994, Frieske utilizza le fotografie trovate sul web e sui social e ne seleziona dei frammenti, che vengono da lei ritagliati e riassemblati come pezzi di un puzzle, in un collage su carta che poi viene nuovamente fotografato e riportato all’immagine digitale, infine stampata e presentata pubblico in grande formato.

Il risultato sono opere d’arte contemporanea che mescolano diverse tecniche e riportano visivamente alla pittura moderna, ma anche alla fotografia, insinuando il dubbio nello spettatore. Ogni frammento di immagine, infatti, ricorda una pennellata sulla tela, di cui, avvicinandosi ancora di più all’opera, si possono scorgere anche pixel e sgranature, offrendo nuovi dettagli a ogni sguardo.

 

“It’s this idea of a distant echo, the way repetition makes something weaker in a way. Like those mirror selfies.”

 

Abglanz è visitabile su appuntamento fino al prossimo 30 marzo presso Pananti Atelier in via Aurelio Saffi 9 a Milano ed è disponibile, in versione digitale, sulla piattaforma Art Curator Grid con immagini e con un video della stessa artista racconta in modo molto dettagliato il proprio processo artistico e produttivo, con l’attenzione per dettagli precisi e somiglianze visive.

Nella la sua ricerca, che inizia online, Frieske combina un lavoro di astrazione, con quello di identificazione, rintracciando determinati pattern nelle immagini online, quei canoni e quegli standard che si ripetono negli account di chi usa i social network e propone al mondo la sua immagine. Nel mescolare i frammenti, spesso si trovano coincidenze e sovrapposizioni, permettendo un’analisi e una critica dell’appiattimento della comunicazione individuale secondo un’estetica ormai massificata. L’unione di questi frammenti permette di sintetizzare una nuova identità e nuovi canoni di bellezza che hanno in sé qualcosa di inquietante e di sospeso, che si tratti di un ritratto o di nature morte.

 

“Il lavoro di Alina,” spiegano le curatrici, “è nato come progetto di laurea nel 2019 presso il Master in Fotografia all’Ecal di Losanna, in Svizzera. Sviluppato nel 2020, è ancora più attuale perché fin dalla sua genesi si concentra su un senso di isolamento.” La presenza di immagini domestiche e quotidiane, nata a partire dalla fonte della ricerca, milioni di immagini caricate quotidianamente da ciascuno di noi su uno dei tanti social network a cui siamo iscritti, e riporta anche ai momenti di lockdown vissuti globalmente a causa della pandemia.

 

Il lavoro curatoriale di Vaninetti e Scaramellini, che offrono anche workshop e consulenze rivolte sia ad artisti che a collezionisti privati, aziende e istituzioni, è cominciato negli spazi di Piazza Mentana a Milano, proseguito per un anno in una piccola project room in zona Città Studi e ospitato ora da Pananti Atelier, mette spesso al centro la fotografia e la sua ibridazione con nuove tecniche digitali, che esplorano le sue possibilità contemporanee, come per la mostra Oikeiosis di Mara Palena, una ricerca sulla memoria attraverso immagini d’archivio dell’artista e suono, o la splendida mostra collettiva dedicata alla Narrative Art nel 2016 in cui erano stati riunite diverse generazioni, ma anche altre tecniche come la pittura dell’artista svizzera Maya Rochat in collaborazione con il designer Pietro Russo, a creare uno spazio immersivo e suggestivo in cui l’opera pittorica non è solo esibita, quanto attraversata, calpestata, e, perché no, anche vestita.

 

Nel 2021 organizzare una mostra d’arte in una piccola galleria non è solo estremamente difficile, ma anche molto coraggioso, vista l’imprevedibilità di tutto ciò che la circonda. “Abbiamo concepito la mostra in zona arancione, abbiamo organizzato tutto durante la zona rossa e per fortuna deciso per un opening che è caduto in zona gialla,” racontano. Eppure è necessario. Anche se manca inevitabilmente quella dimensione di socialità che permetteva, a ogni evento, di creare nuove e impreviste sinergie, che attraverso un’esposizione online e ingressi contingentati finisce perduta. 

 

 

 

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